Ricerca clinica

 

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Cancro dell’intestino: quali farmaci sono d’aiuto? E quando?

 

Dr. phil. Milo Frattini, Istituto cantonale di patologia, Locarno

 

Nel corso degli ultimi anni, nel campo del trattamento del cancro dell’intestino sono stati fatti notevoli progressi. Questo grazie ai moderni principi attivi che aggrediscono le cellule tumorali in modo mirato. Tuttavia, questi farmaci non sono efficaci su tutti i pazienti. Il dottor Milo Frattini intende scoprire perché. Il suo obiettivo è migliorare la terapia del cancro dell’intestino.

 

Il cancro dell’intestino è il terzo tumore per frequenza in Svizzera. Purtroppo, tante persone muoiono ancora di questa malattia se il tumore dà origine a metastasi. Tuttavia, negli ultimi anni sono stati conseguiti notevoli progressi proprio nel campo della terapia del cancro avanzato dell’intestino. Nuovi principi attivi (i cosiddetti anticorpi anti-EGFR) prolungano notevolmente la sopravvivenza di alcuni pazienti. Tuttavia, solo il 10 a 20 per cento dei pazienti trattati reagisce positivamente a questa terapia.

 

Il dottor Milo Frattini dell’Istituto cantonale di patologia di Locarno studia le cause di queste differenze di reazione agli anticorpi anti-EGFR. Ha scoperto che determinate mutazioni genetiche impediscono agli anticorpi anti-EGFR di avere effetto su alcuni pazienti. Nelle persone che presentano questa mutazione, il trattamento con i nuovi farmaci risulta pertanto inefficace.

 

Milo Frattini e il suo team, costituito da biologi molecolari, patologi e citogenetisti, vanno alla ricerca di queste mutazioni e proteine modificate. Se in un paziente affetto da cancro dell’intestino è possibile individuare queste mutazioni, è più facile prevedere se una terapia a base di anticorpi anti-EGFR sarà efficace o meno. Queste analisi aiutano gli oncologi clinici a programmare terapie personalizzate per i malati e a evitare trattamenti inutilmente pesanti.

 

Milo Frattini è mosso da una forte motivazione personale: «Mio padre è stato colpito da due diversi tipi di cancro. Grazie alle nuove terapie è sopravvissuto a entrambi. È stato fortunato. Io voglio aiutare più pazienti possibile ad avere la stessa fortuna.»

 

Vivere meglio dopo un intervento di asportazione di un tumore dell’intestino

 

PD Dr. med. Christian Hamel, Reparto chirurgia generale, Ospedale universitario di Basilea

 

«Andare di corpo» non è un argomento di conversazione comune. Ma per le persone che sono state colpite dal cancro dell’intestino questo tema imbarazzante diventa improvvisamente molto importante. Infatti, il fatto di poter continuare a servirsi della toilette in modo normale dipende dalla tecnica chirurgica corretta. Uno studio a livello di tutta la Svizzera sta cercando di determinare le tecniche operatorie che assicurano ai pazienti la migliore qualità della vita.

 

Negli ultimi 20 anni, le tecniche operatorie per il cancro dell’intestino sono molto migliorate. Oggi tanti pazienti possono essere operati in modo da non dover necessitare di un ano artificiale permanente.

 

Tuttavia, quando il cancro colpisce proprio l’intestino retto, ossia l’ultimo tratto dell’intestino prima dell’ano, questa parte deve essere sempre rimossa. Nelle persone sane, l’intestino retto è il tratto in cui si raccolgono le feci. Se viene asportato, i pazienti sentono più spesso lo stimolo all’evacuazione, oltre a subire altri disturbi. Per questo motivo i chirurghi cercano di ricostruire l’intestino retto utilizzando un tratto rimanente dell’intestino.

 

Attualmente, a tale scopo vengono utilizzate tre tecniche diverse. Il progetto di ricerca del Gruppo svizzero di ricerca clinica sul cancro (SAKK), diretto dal PD Dr. med. Christian Hamel di Basilea, è volto a determinare quale dei tre metodi assicuri ai pazienti la migliore qualità della vita.

 

La ricerca richiede molto tempo e un grande impegno fi nanziario. Per ottenere risultati concludenti, 280 pazienti operati in diversi ospedali svizzeri vengono controllati per anni. Ogni sei mesi, i pazienti che partecipano allo studio si sottopongono a un colloquio dettagliato, nel corso del quale forniscono informazioni sulle funzioni intestinali e sulla qualità della vita. La maggior parte dei pazienti è grata di poter parlare regolarmente con qualcuno di un tema così importante. Molti partecipano allo studio con la consapevolezza di poter aiutare i pazienti che verranno operati dopo di loro.

 

Rallentare il motore delle cellule sanguigne

 

Prof. Dr. med. Radek Skoda, Ematologia sperimentale, Ospedale universitario di Basilea

 

Perchè il midollo osseo talvolta produce troppe cellule del sangue? Radek Skoda e il suo gruppo di ricerca hanno trovato una risposta. Buone notizie per le persone che devono convivere con la minaccia di una leucemia acuta.

 

Le malattie mieloproliferative – abbreviate MPD – sono malattie croniche del sangue caratterizzate da un aumento della produzione di cellule nel midollo osseo. A seconda del tipo di MPD, vi è un rischio del 5 a 20% che nel corso degli anni si sviluppi una leucemia acuta. Per questo motivo le MPD vengono definite come una specie di «precursori» della leucemia acuta.

 

Il professor Radek Skoda e la sua decina di collaboratori del Laboratorio di ematologia sperimentale dell’Ospedale universitario di Basilea studiano i meccanismi all’origine delle MPD. L’anno scorso hanno scoperto nelle cellule malate una mutazione dell’enzima Janus chinasi 2. «Questo enzima funge da motore delle cellule», spiega Skoda, «fa in modo che le sostanze che favoriscono la crescita cellulare, come per esempio la famigerata ‹epo›, riescano a trasmettere il segnale all’interno della cellula. La variante mutata della Janus chinasi 2 è più potente dell’enzima normale e di conseguenza spinge a produrre un numero maggiore di cellule».

 

La scoperta di Skoda ha già trovato applicazione nella pratica. Oggi nei pazienti con MPD appena diagnosticata si testa la presenza della mutazione, affinché i medici possano ottenere informazioni sull’origine e sulla prognosi della malattia e adattare la terapia di conseguenza.

 

Tutte le cellule utilizzate da Radek Skoda nelle sue ricerche provengono da pazienti ammalati. «Molti si chiedono cosa possa aver provocato la malattia. Grazie ai nostri studi possiamo dare loro perlomeno una risposta parziale, il che li rende particolarmente propensi a collaborare e ad autorizzare la ricerca sulle loro cellule»